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Si dice che l’Epifania tutte le feste porti via, ma non a Castellana Grotte! Già, le feste, nella ridente cittadina delle grotte, sono ufficialmente finite domenica scorsa, 20 gennaio, quando la statua della Madonna della Vetrana, scesa in processione “giù in paese”  la sera delle Fanove l’11 gennaio, ritorna nel suo amato convento dov’è custodita e adorata dai frati francescani.

E così, la nostra bella Madonnina, e non la bitorzoluta befana, ha il triste compito di ricordare ai castellanesi che è arrivato il tempo di mettere a riposo gli zampognari, i Magi, il bue, l’asinello e tutto il resto del presepe, di smontare l’albero di Natale e spegnere le lucine che dai primi giorni di Avvento hanno colorato e riscaldato i cuori di grandi e piccini.  E insieme alle scatole con le decorazioni natalizie, si chiude anche per il gruppo Scout un periodo davvero intenso fatto principalmente di doni, forti di quello ricevuto proprio da quella Madonnina la notte di Natale, durante la quale abbiamo “scartato” appunto il dono più prezioso, Gesù, e si è rinnovata in noi la volontà di essere, come Lui, dono per gli altri.

Per ricambiare, dunque, questo dono tanto atteso, la prima a farsi dono per gli altri è stata la Comunità Capi che ha collaborato all’organizzazione, insieme al movimento Castellana Civica, della manifestazione ”Fatti Dono”, con lo scopo di raccogliere abiti nuovi, coperte e quanto ancora potesse essere utile alle famiglie bisognose del paese. Tutto il vestiario raccolto (circa 1.200 capi nuovi tra maglioni, pantaloni, intimo, scarpe, ecc.), è stato consegnato alle associazioni locali che quotidianamente sostengono queste famiglie (CARITAS parrocchiali, NOI PER, Comunità Giovanni XXIII) dopo la celebrazione eucaristica vissuta insieme. 

Lo spirito che ci ha mosso è stato quello dell’accoglienza, così come è raccontato nelle Strategie Nazionali di Intervento che ci spronano a raccogliere questa sfida del nostro tempo come cittadini e come cristiani.

Accogliere è difficile, accogliere è faticoso,

accogliere richiede umiltà, richiede disponibilità,

accogliere vuol dire andare incontro all’altro

con la consapevolezza che in lui è racchiuso un 

tesoro, a volte visibile, altre volte nascosto

così bene che sembra quasi non esserci.

Accogliere vuol dire considerare l’altro unico e

irripetibile, prezioso e irrinunciabile.

Accogliere significa sporcarsi le mani, andare

là dove è l’altro o lasciarsi cercare dall’altro,

accogliere significa accorgersi dell’altro,

accogliere significa volere bene

e volere il bene…..ad accogliere si impara…

(tratto da Proposta Educativa)

Certo non è facile, ma è proprio nell’accoglienza che si racchiude, secondo noi, tutto il nostro essere cristiani. Nel Vangelo (Matteo 25-31,46) leggiamo come Gesù mette tutti noi di fronte alla nostra responsabilità verso i fratelli, in particolare verso gli ultimi, e ci spiega che la salvezza, per noi, dipende esclusivamente dall’aver servito o meno i fratelli e le sorelle che lungo il cammino incontriamo o che bussano alla nostra porta in cerca di aiuto, protezione e cure: “tutto quello che avete fatto ad a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Accogliere, dunque, significa abbracciare l’altro in tutte le sue situazioni, in tutte le sue vicende, l’affamato, il povero, il malato, il carcerato, in un abbraccio d’amore che ci riporta al Padre.

Come Comunità Capi abbiamo pensato che questa manifestazione potesse essere un modo per testimoniare ai nostri ragazzi e alla cittadinanza che basta veramente poco per farsi prossimo, per abbattere i muri generati dall’indifferenza alzati dentro e fuori se stessi.

Testimoniare concretamente questo spirito di accoglienza è fondamentale in questo periodo in cui in Italia esso è messo a dura prova, dove persistono sentimenti di odio ed insofferenza verso gli stranieri e le cronache quotidiane ci raccontano storie di tensioni e paure, generalizzazioni, pregiudizi e comportamenti escludenti.

E’ stato, invece, di grande conforto raccogliere i doni che la gente ha voluto lasciare; è stato bello perché non abbiamo raccolto quello che “avanzava”, il superfluo, lo scarto, il vecchio, l’usato ma il dono concreto di chi ha pensato all’altro, alle sue esigenze, a quello di cui aveva bisogno: chi ha donato, ne siamo certi, lo ha fatto con una precisa intenzione, quella di tendere la mano, la propria mano, verso l’altro, e così ha scelto taglia, colore… ha pensato alla persona a cui sarebbe andato quel capo, glielo ha immaginato addosso, forse ha sorriso, poi l’ha comprato. Ha fatto un investimento su un sorriso. E’ stato bello perché nessuno si è interrogato sulla nazionalità delle persone a cui questi doni erano destinati. Nessuno ha pensato prima “a noi” e poi “a loro”.  E quel sorriso è arrivato!  Abbiamo sperimentato così che l’accoglienza porta giovamento un po’ a tutti, a chi accoglie e chi è accolto, a chi riceve e a chi si lascia donare. Questo perché parlare di accoglienza significa parlare di centralità delle persone. Non esiste, quindi, un “voi” e un “noi”, ma un “tu” ed un “io” che, per un momento, entrano in contatto con le proprie storie, le proprie vite, i propri sentimenti, la propria umanità.

E quel sorriso ha ripagato anche il nostro sforzo organizzativo. È stato un modo per incontrare e accompagnare chi è in difficoltà, ma anche per “farlo incontrare con la città”, o perlomeno con una parte di quella comunità disposta a mettersi a servizio dei più fragili sperimentando una via possibile di condivisione.

Rosaria

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